
Sabato la casa di Chies d’Alpago ha trattenuto il respiro. Abbiamo sigillato ogni apertura, montato un ventilatore dentro un telaio rosso al posto di una porta verso l’esterno e cominciato a estrarre aria dall’interno. È la prova di tenuta all’aria: il modo più diretto che conosciamo per sapere se l’involucro che stiamo costruendo tiene davvero.
Questo Viaggio si chiama “Acciaio, legno e aria”. L’acciaio e il legno si vedono e si toccano. L’aria no. Eppure è lei a decidere se, ogni inverno, scalderete le vostre stanze o gli spifferi.
Diciamolo subito: questa non è la prova ufficiale. La verifica che vale per la certificazione CasaClima si farà a lavori finiti, con ogni strato al suo posto. Quella di sabato l’ha voluta l’impresa costruttrice, e l’abbiamo condivisa, in un momento preciso del cantiere: la barriera al vapore è posata e nastrata, ma gli impianti e i serramenti non sono ancora entrati.
È una scelta di metodo. Tra poco gli impiantisti foreranno le pareti per tubi e cavi, poi i serramentisti monteranno le finestre definitive. Ogni passaggio è un punto in cui la tenuta può perdersi. Un difetto trovato oggi si corregge con un pezzo di nastro e mezz’ora di lavoro; lo stesso difetto trovato dopo, nascosto dietro una parete o sotto un massetto, si paga rompendo. C’è anche una questione di responsabilità: chi entra in cantiere sa che, fino a quel momento, l’involucro era a tenuta. Perché tutta questa attenzione all’aria? Una casa che disperde non è soltanto più cara da scaldare. È una casa dove d’inverno si sente la corrente, e dove l’umidità trova le fessure in cui condensare e fare danni nel tempo. La tenuta all’aria è comfort e durata, prima ancora che risparmio.
Il ventilatore porta l’interno della casa a cinquanta Pascal di depressione rispetto all’esterno. È una pressione piccolissima, circa cinque millesimi della pressione atmosferica. Per darle un volto: equivale alla spinta di un vento moderato, intorno ai venti o trenta chilometri orari, che soffiasse insieme su tutte le pareti.
Sembra poco, ed è esattamente il punto. A cinquanta Pascal anche la fessura più piccola si tradisce: l’aria esterna viene risucchiata dentro e diventa misurabile. Lo si vede persino a occhio nudo. Con l’interno in depressione, la barriera al vapore si gonfia e si tende verso l’interno, come una vela: è l’aria che preme da fuori e trova un foglio continuo che la respinge. Quel rigonfiamento, per noi, è una buona notizia: vuol dire che il foglio sta lavorando.

Con la casa in depressione siamo andati a cercare dove l’aria entrava, usando due strumenti molto diversi. Il primo è la termocamera. L’aria esterna, più fredda, entrando lascia una scia che l’occhio non coglie ma il sensore sì: sullo schermo i punti freddi si accendono lungo i nodi più delicati, l’incontro fra tetto e parete, i bordi delle finestre.

Il secondo è semplice quanto efficace: il fumo. Avvicinato a un giunto, un filo di fumo racconta tutto. Se resta fermo, lì non passa aria. Se viene tirato via, abbiamo trovato il punto da sistemare. Nessuno strumento descrive uno spiffero meglio di un filo di fumo che si piega.

La casa ha raggiunto mezzo ricambio d’aria all’ora alla prova di pressione: 0,5, un valore da casa passiva, sotto la soglia che ci eravamo posti. La certificazione punta alla classe A, e questo numero dice che la strada è quella giusta. Da correggere è rimasto un solo punto, un angolo fra parete e tetto: un ritocco, non un problema.
Cosa significa 0,5, in concreto? Che sotto i cinquanta Pascal di prova, in un’ora si rinnova appena metà del volume d’aria della casa attraverso le sole imperfezioni dell’involucro. Pochissimo. In una costruzione fatta senza cura della tenuta lo stesso numero può essere molte volte più alto, con tutto quello che ne consegue sulle bollette e sul benessere di chi ci abita.
È il senso di fare le cose nell’ordine giusto. L’aria che dà il nome a questo Viaggio l’abbiamo messa alla prova quando ancora potevamo ascoltarla e correggerla.