
C’è un momento, in ogni cantiere, in cui la casa cambia faccia. Da scheletro di legno e acciaio diventa una sagoma riconoscibile, con un suo profilo contro le montagne. Per la casa di Chies d’Alpago quel momento è arrivato con la posa del manto di copertura: la lamiera scura che oggi disegna le falde.
Abbiamo scelto un manto in acciaio posato a doppia aggraffatura. Vuol dire che i teli di lamiera non sono fissati con viti che attraversano la copertura, ma uniti tra loro da una piega verticale rialzata e ribattuta: il lattoniere chiude un telo sull’altro e il punto di giunzione resta sollevato rispetto al piano dell’acqua. Sopra il manto non c’è un solo foro passante. È la ragione per cui questa copertura tiene così bene in montagna, dove pioggia battente e neve mettono alla prova ogni dettaglio.
L’acciaio è rivestito con un trattamento pensato per durare: alta resistenza alla corrosione, ai raggi del sole, ed è incombustibile. Si lavora a freddo e si piega anche a mano, senza tendere a tornare indietro, e questo permette di chiudere le aggraffature in modo netto e di seguire la geometria del tetto, abbaini compresi. Il colore è un grigio scuro metallizzato, con riflessi caldi che virano al bruno secondo la luce: si appoggia al paesaggio invece di imporsi.
Sotto quella lamiera non c’è un blocco pieno, ma un pacchetto di strati pensato per far passare l’aria. Partendo dall’interno: il tavolato a vista che si vedrà dal basso, un pannello di irrigidimento, il freno al vapore, poi 32 centimetri di lana di roccia per l’isolamento. Sopra l’isolante una membrana traspirante e, qui arriva il punto che più ci interessa, una camera di ventilazione: un’intercapedine d’aria continua tenuta da listelli di legno. Sopra la camera, di nuovo un tavolato, una seconda membrana traspirante e infine la lamiera.

Quella camera d’aria è il cuore della copertura. D’inverno porta via l’umidità prima che diventi condensa e tiene asciutta la lana di roccia: un isolante bagnato non isola più. D’estate fa scorrere il calore che la lamiera accumula al sole, così sotto il tetto si sta più freschi. È un dettaglio che a casa finita non si vedrà mai, ed è quello che fa durare tutto il resto.
Una camera di ventilazione funziona solo se l’aria entra da una parte ed esce dall’altra: entra in basso, lungo la linea di gronda, ed esce in alto, al colmo. Per questo, sia in gronda sia al colmo, abbiamo chiuso i bordi con una lamiera microforata, che lascia passare l’aria e protegge l’intercapedine. Lungo la gronda corre poi la grondaia che raccoglie l’acqua, sostenuta dai suoi supporti fissati alla struttura. Sono i punti più esposti del tetto. Per questo li abbiamo curati uno a uno: è sul bordo che si gioca la tenuta di tutta la copertura.


La lamiera arriva in cantiere in nastri e prende forma qui, sul ponteggio. Le pieghe di gronda, gli incontri con gli sfiati e il camino, le scossaline: ogni elemento viene misurato, tagliato e chiuso a mano dal lattoniere. È un lavoro lento, di pochi millimetri, che non si nota quando è fatto bene e si nota subito quando è fatto male. Per noi è esattamente questo il senso di seguire un cantiere di persona, fase dopo fase.


