
Nell’ultima puntata vi abbiamo lasciato dentro la casa, nel bosco d’acciaio dei profili. Mentre lì il lavoro continua, in fondo al cantiere è arrivato altro acciaio, di tutt’altra taglia: una catasta di gabbie piegate e legate su misura, impilate con ordine dove il terreno sale verso la strada. Non appartengono alla casa. Appartengono a un muro che ancora non c’è.
Sopra il cantiere passa una strada, e tra la strada e la casa c’è una scarpata di terra che per ora si regge da sola, coperta da un telo che la protegge dalla pioggia. Non può restare così: a tenerla, da qui in avanti, sarà un muro di sostegno in cemento armato. Lo scavo per la sua fondazione è aperto e corre dritto lungo tutta la scarpata; sul fondo, dentro il cassero, l’armatura del muro di sostegno è già al suo posto, barra su barra.

Le gabbie non nascono qui: c’è chi le prepara su disegno, fuori dal cantiere, e arrivano già piegate e legate, pronte da calare nello scavo. Qui vengono posate, allineate e unite tra loro, finché la fondazione non diventa un’unica ossatura continua. Le foto di questa puntata le abbiamo scattate a fine giornata, con l’ultima luce che entra radente dal fondovalle: è l’ora in cui il cantiere si ferma, e si vede quello che si è fatto.

Avvicinatevi a una barra qualsiasi e guardatela da vicino, come si guarda un oggetto e non un materiale. Il rilievo che la percorre non è una decorazione: sono le nervature che, una volta dentro il getto, fanno presa e ancorano l’acciaio al calcestruzzo. E le due facce della stessa barra non si somigliano: da un lato file di mezzelune, dall’altro nervature sottili e oblique, con alcune più marcate che spuntano a intervalli regolari.

Ogni produttore deposita il proprio marchio di laminazione, un disegno che si ripete lungo tutta la barra e da cui si risale a chi l’ha fatta e dove. Qui la chiave è nei numeri: tra una nervatura ingrossata e la successiva se ne contano prima quattro, poi nove. Quattro-nove è il marchio delle Acciaierie di Verona, del gruppo Pittini: così dichiara la scheda del produttore, disegno alla mano. E la controprova è alla portata di chiunque passi di qui: si cerca la faccia con le nervature dritte, si trovano le più marcate, si conta.

Dove due barre si incrociano, un giro di filo di ferro le tiene insieme: si chiama legatura, e si fa ancora a mano, con le pinze. A cosa serve tanta pazienza? Il giorno del getto il calcestruzzo arriverà con tutto il suo peso e la sua spinta, e la gabbia dovrà restare esattamente dove il progetto la vuole. Le legature servono a questo: a non far muovere niente, proprio quando niente si potrà più correggere.

Qui in fondo al cantiere l’appuntamento con il calcestruzzo è vicino: quando avrà riempito il cassero, tutto quello che avete visto in queste foto, le gabbie, le mezzelune, le legature, sparirà alla vista per sempre.
La prossima puntata invece ci riporta dentro casa, dove cominciano gli impianti: gli scarichi, l’acqua e poi l’aria, il terzo nome di questo diario. Vi raccontiamo da dove si comincia.