
La telefonata è di quelle che conosciamo bene: un committente che seguiamo da anni ci avvisa che dal tetto del suo condominio, in pieno centro storico, entra acqua. Saliamo, guardiamo, e la diagnosi è rapida: il manto di copertura è arrivato a fine corsa, si rifà. È il passo successivo a complicare le cose.
Il solaio di copertura è in laterocemento, la struttura mista di cemento e mattoni forati con cui sono stati costruiti tanti solai negli anni ’80. Dall’interno c’è un isolante leggero e un rivestimento in legno che nessuno vuole toccare. E soprattutto: in centro storico le regole non permettono di alzare il tetto, nemmeno di qualche centimetro. La linea di gronda e il colmo devono restare esattamente dove sono.
Con quei vincoli la strada comoda esisteva: togliere le tegole, stendere un manto nuovo, richiudere. Ma un tetto rifatto oggi senza un grammo di isolante in più non ci sembrava un lavoro completo: ogni estate il solaio avrebbe continuato a scaldarsi al sole per ore, ogni inverno a lasciar scappare calore. Non fare niente era peggio che fare poco. Restava una domanda sola: come isolare un tetto senza alzarlo? Intanto il cantiere partiva. La prima cosa salita sul tetto, tolte le tegole, è stata una membrana che fa da ombrello: respinge l’acqua da fuori e lascia uscire il vapore da dentro. Da quel giorno il condominio è rimasto all’asciutto anche senza manto.

La risposta l’abbiamo cercata in una famiglia di materiali che non avevamo mai portato in cantiere: gli isolanti riflettenti. Tredici millimetri in tutto: due facce di alluminio con dentro un materassino di fibra di vetro. Non lavorano per spessore, come i pannelli: lavorano rimandando indietro il calore che viaggia per irraggiamento, il sole d’estate da sopra, il tepore delle stanze d’inverno da sotto.
La prima reazione, la nostra, è stata la diffidenza: sulla carta promette tanto, quasi troppo. Le certificazioni dicono che funziona, a una condizione precisa: l’alluminio deve avere aria accanto, altrimenti riflettere non serve a niente. Per questo sotto il foglio ci sono listelli che tengono due centimetri d’aria ferma, e sopra c’è un’altra camera dove l’aria invece si muove.

C’era poi una doppia richiesta da rispettare. Noi lo volevamo traspirante: il vapore che sale dalle case deve poter attraversare il tetto e uscire, senza fermarsi a fare condensa. Il committente lo voleva sicuro davanti al fuoco. Il materiale scelto tiene insieme le due cose: respira e, siccome è fatto di vetro e alluminio, non alimenta un incendio.
Sopra l’isolante è cresciuta una griglia di listelli in legno: apre la camera di ventilazione e regge le tegole. L’aria entra dalla gronda, corre sotto il manto ed esce al colmo, e nelle giornate di sole porta via il caldo prima che raggiunga il solaio. D’estate il tetto lavora così: l’alluminio rimanda indietro il sole, l’aria in movimento smaltisce il resto. È il motivo per cui ogni strato di questo tetto si conta in millimetri.

Il manto è nuovo, ma da fuori non lo direste: colore e forma delle tegole sono scelti per stare accanto ai tetti che il centro storico ha già. La lattoneria è in rame, e le sue misure stanno scritte a matita su una tavola del ponteggio, accanto al pezzo da piegare.

In piena estate, sulle tegole sono già montati i fermaneve: terranno la neve sulla falda invece di lasciarla scivolare sulla strada. È il primo pezzo d’inverno arrivato in cantiere, col sole di luglio.

Al colmo, per qualche settimana ancora, la sezione del lavoro resta visibile: tegola, listello, foglio d’alluminio. Poi il ponteggio scenderà e di tutto questo non si vedrà più niente.

Il cantiere si sta chiudendo. La risposta vera, quella che nessuna scheda tecnica può dare, arriverà con la prima estate piena e con il primo inverno: torneremo a chiederla a chi ci abita, e ve la racconteremo qui.
Un tetto in centro storico deve restare uguale a se stesso. Sono i millimetri che non si vedono a decidere quanto caldo, e quanto freddo, entrerà nelle stanze.